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Se tocca a noi tenere accese quelle stelle

"Cosa tiene accese le stelle" di Mario Calabresi (Mondadori 2011)

In un periodo segnato dalla crisi e dal senso di sconforto, in cui la parola “futuro” è spesso pronunciata in chiave ironica, c’è anche qualcuno che prova ad andare controcorrente iniettando un po’ di ottimismo. Mario Calabresi ci prova con il suo Cosa tiene accese le stelle (Mondadori 2011), un libro molto semplice che va dritto al punto per cercare di dimostrare che non è vero il detto «si stava meglio quando si stava peggio».

Con una serie di interviste a personaggi noti e affermati della cultura e della ricerca italiane, il direttore de «La Stampa» racconta la storia degli ultimi cinquant’anni del nostro paese. Dalla vita di campagna senza televisione né libri, fatta di mondine, aratri e bucato al fiume, l’autore trasporta il lettore ai giorni nostri, utilizzando la voce di Umberto Veronesi, Franca Valeri o Massimo Moratti, per citare alcuni intervistati.

I racconti colpiscono nel segno e infondono quell’ottimismo che deriva dal confronto tra il paese di cinquant’anni fa, in cui la mortalità infantile – tanto per fare un esempio – era altissima, al paese di adesso, in cui la mortalità infantile è quasi nulla. I progressi, in effetti, messi in fila fanno un bell’effetto. Davvero si stava meglio quando non c’era la lavatrice e per lavare 5 kg di vestiti si perdeva un giorno intero? Ed è coinvolgente anche la testimonianza che l’autore rilascia su se stesso e sulle difficoltà affrontate nell’intraprendere un mestiere che fa dell’incertezza la propria caratteristica principale.

Naturalmente è bene prendere con le molle ogni passaggio, dato che si tratta di personaggi che, nei loro rispettivi campi, hanno avuto un successo senza precedenti, seppure Jovanotti, in un’altra intervista, chiarisca in proposito: «Ma mica ci sono nato Jovanotti, mica qualcuno ha fatto un miracolo e mi ha messo di punto in bianco su un palco con diecimila spettatori paganti davanti». Il senso dell’opera di Calabresi è racchiuso in questa frase.

Il libro vuole essere un monito a non perdersi d’animo, consapevoli del fatto che sono in pochi quelli che ce la fanno, ma che si può sognare mantenendo i piedi per terra. Traspare un po’ di amarezza sulla cosiddetta “anomalia italiana”, specialmente nell’intervista a Loris Degioanni, giovane piemontese laureatosi al Politecnico che per diventare milionario con l’informatica si è dovuto spostare nella Silicon Valley.

Calabresi pecca di buonismo, ma è il buonismo del padre che cerca di spronare il figlio dicendo sempre che andrà tutto bene, senza troppe argomentazioni valide per sostenere che andrà tutto bene. Con qualche intervista in meno ma ben più approfondita ci saremmo trovati davanti un libro di più alto spessore, ma che forse ne avrebbe perso in leggerezza. Invece, presumibilmente, l’intento dell’autore era scrivere un libro leggero, da consumare in un paio di giorni, dichiarando il proprio intento sin dall’inizio guardando la copertina e leggendo il sottotitolo: «Storie di italiani che non hanno mai smesso di credere nel futuro».

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